Pubblichiamo qui le foto e il testo critico della recente mostra Mon pays, c’est la lune di Sophie-Anne Herin da Alberto e Carlo Maria Weber conclusasi qualche mese fa e di seguito il testo critico (sempre di Olga Gambari) della complessa vasta personale Entre chien et loup al Museo d’Arte Moderna e contemporanea della Val d’Aosta (Castello Gamba, 2023). Le misteriose notturne lunari opere della recente mostra torinese, un corpus nuovo e omogeneo, ci sembrano infatti lo sviluppo dell’ultima tappa del percorso ascensionale della mostra valdostana articolata nei 3 piani dell’edificio, ovvero della dimensione onirica, immaginale, che ad Aosta era successiva alle visione del cielo stellato (seconda tappa, secondo piano) e a un caleidoscopio di immagini terrestri che includevano ritratti di volti, animali, e i boschi e le foreste dove questi, umani e bestie, abitano (prima tappa,primo piano).
Mentre il baraccone della Quadriennale si è da poco inaugurato, in un pot pourri imbarazzante fatto (tranne rari casi) di stantii e sincretici epigonismi, ricerche come quella di Sophie o di Paolo dell’Elce (cui dedichiamo un sincronico articolo) rappresentano per noi il necessario valicare la soglia dell’apparenza e del “voler apparire”, una rigorosa, scabra e spoglia ricerca di quella voce ( e arte) che mal si trova in questo mondo di “chiacchera” globalizzata. Di artisti come loro, e degli altri “lunari” sparsi per la terra, gli umani che son restati umani hanno davvero bisogno.
Mon pays, c’est la lune

Alla luce della luna, tutto può accadere. La luna è una dimensione parallela a quella del giorno, è l’altra parte del mondo, della vita. La dimensione del sogno, della visione, dove si schiude un regno che ha le sue regole e le sue creature. Per molte persone è un naturale senso di appartenenza, lo è per Sophie-Anne Herin, che alla luce della luna si sente a casa, forse, anche, perché è nata vicino a un bosco, in montagna, e la luna è la dea dei boschi e della natura, oltre che della notte.
Mon pays, c’est la lune ci sussurra l’artista, mentre entriamo nella sua mostra che è uno spazio a parte, dove si dissolve l’idea di realtà così come di fotografia, perché la luna, con la sua ombra argentea, rende tutto relativo, l’apparenza e i confini tra le cose. La mostra nasce da un progetto che l’artista ha presentato un anno fa a Castello Gamba, Museo d’arte moderna e contemporanea, in Valle d’Aosta, dal titolo Entre chien et loup, un’espressione francese molto antica, che indica un momento preciso della giornata, quando il giorno cede alla notte. Era un unico, grande ambiente suddiviso in maniera ascensionale attraverso i tre piani del castello. L’ultimo, in alto, alloggiato in una torretta dove lo sguardo correva circolare sul paesaggio, anche oltre alle montagne in alcuni punti, era dedicato al sogno, un sogno dove personale e collettivo si confondono, partendo dall’esperienza per arrivare all’archetipo.
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In galleria, passando sotto a un cielo lunare che accoglie all’ingresso e suggerisce il passaggio in una dimensione notturna, onirica e interiore, la mostra introduce nella penombra della prima sala, dove fluttuano figure femminili ancestrali, corpi evanescenti. Una è la Luna, dea con il pianeta al posto del capo, la luna piena di Selene; l’altra e Baubo, con il viso che si schiude tra le gambe, dea dell’oscenità, simbolo dell’origine del mondo, bocca della verità e della liberazione della forza femminile.
Della stessa materia di queste figure è fatto un seme di cardo che danza nell’aria, il suo corpo ha la consistenza dell’immagine video. Semi che sembrano in viaggio verso destinazioni dove germogliare, che alludono anche al potere germinativo dell’arte e dell’inconscio, degli altri mondi che si affacciano attraverso i sogni, oltre a quello tradizionalmente attribuito alla luna. Le due figure ne sono vestali e guardiane, si sta come nel loro abbraccio, di una femminilità lunare prismatica, che contiene varie facce. Nell’altra sala, invece, si entra nella luce, e la visione si frammenta, l’armonia diventa un equilibrio da ritrovare, da costruire. Una dimensione allucinatoria fatta di flash isolati e di lunghe pause, come una partitura musicale diffusa di vuoti, tra le note che si aggregano per quattro e per due.
È quella memoria che il sogno lascia al mattino, di una visione solo in parte rimasta consapevole, per il resto riaffondata chissà dove. Frammenti di sogni che si fanno angeli e demoni, icone comunque. Sono dodici lavori che si misurano sul limitare tra luce, ombra e buio, tra il giorno e la notte, entre chien et loup. Immagini che giocano sul negativo e positivo della fotografia, nuotando in un nero assoluto e profondo che diventa pittura, anche percettivamente, da cui emergono, con contrasti caravaggeschi, apparizioni condensate nei grigi e nei bianchi. Le immagini vivono in una sorta di conflitto tra ciò che la memoria ha perso, ciò che ricorda, e la sua interpretazione. Si passa tantissimo tempo della vita a sognare e a tentare di interpretare le visioni su quell’altrove, spesso fallacemente. Perché non c’è una verità ma una narrazione caleidoscopica, mai lineare, spesso un collage di ricordi, di riflessi, in ogni cosa, nella vita come nel sogno.
A differenza della verità, infatti, di cui l’umanità da sempre è in cerca, come di una unica, monolitica visione e versione, così come è in cerca del senso della vita, con il sogno si è invece obbligati a rendersi conto della relatività assoluta, della possibilità di contenere significati e verità plurali, che non sono in contraddizione ma complementari. I sogni sono frammenti di relitti adagiati sul fondo del mare, che, con il moto delle onde, si rimescolano tra le sabbie in una continua metamorfosi, oggetti divinatori che non forniscono un’indicazione precisa ma aperta, enigmatica.

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Nei tredici lavori le forme sono pure, spesso incerte, verso l’astrazione, pronte a trasformarsi in altro, a diventare sostanza di nuovi sogni. Molte le figure ricorrenti per l’artista, “attori” che sono persone, dai visi spesso deformati come i fantasmi, e poi oggetti – uova, stoffe o neve, per esempio-, e animali – gatti, cervi e volpi-, questi ultimi vere apparizioni totemiche, messaggeri la cui presenza, il cui sguardo apre ponti e contatti, stimolando un dialogo empatico e sensoriale con lo spettatore.
Gli animali ci osservano come creature sacre, nude e spietate nella loro verità senza filtro e nuda, davanti a loro, l’umanità nella sua finzione innaturale. Derrida, nella sua riflessione sul rapporto tra umano e animale in L’animal que donc je suis (2006), parlava di questa nudità: «È come se, nudo di fronte al gatto, ne provassi vergogna”. Se occorre interrogare la differenza uomo-animale, non si può prescindere dallo sguardo animale.
L’incertezza che lascia Mon pays, c’esta la lune è un dono di libertà, perché nei sogni si cammina nella nebbia ed è prezioso che così rimanga, un luogo di possibilità che non ha bisogno di confini e paletti.
Olga Gambari
Entre chien et loup

Entre chien et loup è un’espressione francese molto antica, che indica un momento preciso della giornata, quando il giorno cede alla notte.
Compare già in epoca romana, nelle formule di Marculfo, nel VII secolo, si legge: infra horam vespertinam, Inter canem et lupum (all’ora della sera, tra il cane e il lupo). E in un’epoca ancora più lontana, un testo ebraico del II secolo a.C. diceva: appena qualcuno potesse distinguere tra un cane e un lupo. Poi, nel XIII secolo, l’espressione appare nella forma chien et leu, in particolare nel “Fabliau d’Estourmi” di Hugues Piaucèle, e nel XVI secolo il poeta francese Jean-Antoine Baïf scrisse questi versi:
Come il semplice uccello che cerca il suo pascolo / Quando non è né giorno né notte, quando il pastore vigila / Che si tratti di un cane o di un lupo non si può davvero giudicare…
Secondo Pierre-Marie Quitard, nel suo “Dizionario dei proverbi” pubblicato nel 1842, l’espressione designa “l’intervallo che separa il momento in cui il cane è posto a guardia dell’ovile e il momento in cui il lupo approfitta dell’oscurità e comincia a vagare in giro. Perché è usanza, da sempre osservata dai pastori, liberare il cane o metterlo di sentinella appena cala il giorno, avvertendo che presto il lupo uscirà dal bosco.”
Oggi è nel senso di “al calare della notte” che si usa l’espressione. Il cane simboleggia il giorno e la luce protettiva, mentre il lupo rappresenta la notte dove sorgono paure, ansie e incubi.
Questa piccola storia filologica di un’espressione linguistica, che dà il titolo alla mostra di Sophie-Anne Henri al Castello Gamba, attesta l’attenzione e l’importanza che da sempre suscita nell’umanità quella particolare porzione di tempo quotidiano tra la luce e il buio. Il tempo della penombra. Del crepuscolo. Un momento sospeso, dal valore perturbante e simbolico. C’è ben altro racchiuso in quel passaggio, un’inquietudine atavica dove si raccoglie un senso profondo, che afferisce al visibile e all’invisibile, materiale e spirituale, alla natura del mondo e a quella dell’individuo, della sua anima. È il senso del passaggio tra la vita e la morte, della continua inafferrabilità dell’esistenza, della sua mutazione inarrestabile, anche quando è impercebile il suo movimento, la sua metamorfosi. Ed è anche il senso del plurale che connota ogni elemento del creato esterno e interno all’individuo, quel essere almeno un doppio, mai un singolo, come appare evidente nello scambio tra luce e buio, dimensioni che mostrano la realtà diversa, il mondo trasformarsi. Non si dice, infatti, opposti come il giorno e la notte? Non sono il cane e il lupo le facce di una stessa medaglia iconica quanto evolutiva, originati dal canis lupus familiaris? Il lupo, animale mitico e totemico in moltissime culture, rappresenta l’anima libera e selvaggia del cane, l’altro lato della vita domestica e sociale, quello addomesticato in 12.000 anni dall’uomo. E noi, ciascuno di noi, quanti sé, e maschere, è e possiede, anche se non li conosce ancora, anche se non li vuole più ricordare, riconoscere?
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In questo cono d’ombra, prende corpo la leggenda del licantropo, già raccontata da Ovidio nella figura di Licaone, una storia universale rielaborata nel 1886 dallo scrittore Robert Louis Stevenson in “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, paradigma della natura umana, del bene e del male che convivono.
La condizione della vita è sempre entre chien et loup. Quell’ora che evoca confini incerti e porosi anche tra la veglia e il sonno. Se non esiste un’unica verità declinata al singolare, infatti, ma solo nella sua forma plurale, le verità non si nascondono né rivelano nella luce piena, nello zenith solare, ma nell’ombra, nel cedere il passo tra giorno e notte, in quella penombra accogliente che raccoglie veli di realtà, tracce, le sfumature dei colori. Ombre. Uno spazio che dona riparo e rifugio all’esistenza, concedendole la possibilità di avere perimetri diversi, corporeità indefinite. Mutevoli. Di poter essere una risposta aperta, dove alla vista sia concesso di immaginare e non solo vedere, di sognare, e alla mente di ricordare, dimenticare, così, all’anima, di avere requie, galleggiare in un’indefinitezza dove essere infinita. Il crepuscolo come dispositivo surrealista.
Per questo l’umanità prova timore o attrazione verso l’ombra, il crepuscolo che arriva, luoghi incerti, zone temporali e spaziali sospese. È il momento in cui la realtà prende pausa e respiro dalla sua determinatezza e si sfalda, liquefa i confini per smaterializzarsi. Sogno o realtà? Il mondo si moltiplica e diventa uno spazio infinito, come un cielo.
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“L’ora del crepuscolo in francese anche tradotta come Entre chien et loup è quell’ora dove non si è in grado di discernere tra un cane e un lupo, un momento in cui noi, fuori dal mondo dell’utile” dice l’artista “contattiamo la nostra natura più intima”. Nella sua mostra Sophie-Anne Herin racconta una zona di crepuscolo e penombra che è quella della montagna chiamata l’envers, cioè dove la luce per lunghi mesi durante l’inverno non batte. Una dimensione d’ombra, con questo nome particolare, envers/inverso, che tante accezioni, e rime, evoca. Il contrario, il diverso, prima di tutto. Lei, valdostana, è andata a esplorare le zone che si trovano sul versante envers, quello posto alla sinistra orografica del fiume Dora. L’altro, è l’adret, il dritto o il diretto.
Un versante occupato da molti boschi una zona poco frequentata,tendenzialmente estranea alle rotte turistiche. Un mondo inverso fuori dal tempo dove l’artista ci immerge, con un lavoro fotografico e un allestimento che prende la forma di un percorso iniziatico, dove seguirla come sulle note del pifferaio magico. Un mondo che lei schiude in un ritratto libero, lontano da qualsiasi didascalismo, dagli stereotipi tradizionali di genere della fotografia di paesaggio, di montagna. Ha visto e sentito oltre l’aspetto, oltre l’immagine, in tensione verso quello che si incarna e riverbera, che questi luoghi emanano come senso e spirito.
“Sono nata nell’adret ma comunque in un paese dove in inverno arriva poca luce e l’idea della penombra è qualcosa di familiare- dice l’artista -una mappa di declinazione di luminosità che orienta il mio sguardo”. Il paesaggio vive in una visione in metamorfosi, un divenire tra elementi umani, animali, vegetali e minerali, tra natura scientifica e simbolica. Ne costituisce la rappresentazione iconica, la fotografia di un barbagianni bianco che vola via schiudendosi dal volto di un ragazzo, la sua identità che si trasfigura in una creatura animale mutando davanti ai nostri occhi, come raccontano tante fiabe e tradizioni magiche popolari.
La mostra si sviluppa lungo i tre piani di Castello Gamba, un percorso di ascesa dalla terra al cielo, e poi ancora su, fino al sogno, allo spazio cosmico, al paesaggio che si libera attorno nello sguardo che travalica le montagne.L’inizio del viaggio è con immagini di paesaggi, ritratti di animali e persone. Emergono dal buio, visioni lisergiche. Ciascuna è una storia, Sophie Anne ne ha incontrate molte, le ha ascoltate, fatte di parole alcune, di emozioni, sensazioni altre. Visi che guardano in camera, che sembrano mappe di volumi, rughe, espressioni, tinte, proporzioni, biografie incise nei lineamenti.

Tutte sono storie. Storie che adesso si raccontano a noi, ciascuna a modo suo, intrattenendo con ogni spettatore un rapporto personale grazie alla loro natura simbolica e non descrittiva. Le tiene, in un corpus unico, un’elettricità che scorre tra questi frammenti di un universo parallelo, da cui le fotografie affiorano come lampi improvvisi, visioni temporanee avvolte da una sorta di stupore, e incanto, per poi ritornare nell’ombra. Le cornici si annullano in un flusso visivo continuo, frame di una narrazione, una superficie liquida dove poi riaffondano. Un lavoro molto pittorico, caravaggesco, giocato sui contrasti di luce, di chiaro e scuro, dove anche noi condividiamo quella penombra che preannuncia il buio, dove si entra in contatto con le paure, quelle personali e quelle arcane, primitive. I nostri antenati si raccoglievano attorno al fuoco, dal crepuscolo cercavano di illuminare il buio in arrivo perché le belve, gli spiriti non si avvicinassero. Il pericolo generico e terrificante, che diverrà poi il demonio scacciato dalla luce, dalla folgore divina, prima pagana e quindi cristiana.
Nell’anticamera della penombra, nel regno di mezzo, si può anche scoprire come il buio sia solo una questione di densità diverse di penombra che, non appena gli occhi si abituano, concedono respiro e rifugio, visioni su altri mondi che prendono ad animarsi, a pulsare. Quelli che la luce diurna occulta, spegne. Omologa. Dalla penombra in poi, verso la notte, nella notte, si cammina in luoghi dove la fantasia, l’immaginazione, i sensi hanno piena cittadinanza, nutriti di inconscio, desiderio, istinto. Si apre quel terzo occhio perfettamente rappresentato dall’obbiettivo fotografico di Sophie Anne.
Il viaggio della mostra prosegue poi verso l’alto, si sale e si entra nel cielo, nei cieli stellati, uno spazio siderale infinito e vertiginoso di luminescenze diverse, che sono spruzzi, mappe e scie, in dialogo con la presenza preziosa e raccolta di piccole luci nomadi, fluorescenze di lucciole in movimento nella dimensione di un video. Creature che vivono di notte, vibranti, evanescenti. Apparizioni magiche, di delicata poesia, come fuochi fatui. Forse stelle scese a terra.
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Infine, salendo ancora, si accede al sogno, “Da piccola non vedevo l’ora di andare ha dormire per poter sognare, ancora adesso ho un’attività onirica intensa che per me è materia preziosa” L’immagine personale di un sogno, una baubo contemporanea con una testa di luna al posto della vagina. Una presenza intima dell’artista che evoca una divinità femminile diffusa in alcune culture antiche, come la mitica moglie di Disaule di Eleusi. Secondo il mito, la dea vede tramite i capezzoli, che reagiscono alle emozioni, alla temperatura, al rumore, e parla tramite la vulva, simbolo dell’origine del mondo, della profondità materna, bocca della vita. Nella torretta del castello, la sua effige moltiplicata su un tessuto leggero e trasparente appare presenza fantasmatica che smaterializza la realtà dello spazio. Una visione onirica che va oltre la definizione di fotografia, ne diventa la traccia, l’impronta giocata, anche qui, tra luce e ombra. Nulla è certo nella dimensione del sogno, condizione che non crea disagio ma dona libertà. In un video, una lanuggine di semi del fiore di cardo, volteggia seguendo una brezza lieve dove danzano inseguendosi, in una casualità circolare e imprevedibile di incontri e allontanamenti, che sembra mettere in scena la condizione esistenziale.
Olga Gambari





