Storie

TERRE VIOLATE, di Andrea Fogli, seconda parte della lettura cantata “Terra amata /Terra violata”

Pubblichiamo qui la seconda parte della lettura cantata “Terra amata /Terra violata” eseguita il 27 settembre a Penna in Teverina a conclusione delle mostra “Argilla magica terra” e degli incontri curati dalla Società Lunare, con voce recitante Maddalena Crippa intervallati da canti popolari eseguiti dal gruppo vocale Cor’inCantina.

 

 

“Argilla  magica  terra”, sì, un canto di pace,  quando ha un senso il nostro lavoro,  e voce la natura, il canto. Ma la parola “terra”, e lo vediamo sotto i nostri occhi, è intesa soprattutto come “territorio”, parola che da millenni fa rima con terrore, visto che c’è sempre qualcuno pronto ad occuparla.Tra le tante storie di terre ferite ce ne è una che oggi ci sta particolarmente a cuore: una terra che da 76 anni, e non dal fatidico 7 ottobre, è stata costantemente occupata, violata e offesa.

Ce lo ricordava già nel 2008 John Berger:

“Gaza, la più grande prigione della terra,  è trasformata in mattatoio. La parola ‘striscia’ è fradicia di sangue, come sessantacinque anni fa successe alla parola ‘ghetto’. Giorno e notte, da cielo, mare e terra, le Forze di difesa israeliane sparano bombe, granate, ordigni GBU-39 al fosforo e all’uranio impoverito, e raffiche di mitra contro una popolazione di un milione e mezzo di civili. Il numero dei  mutilati e dei morti aumenta a ogni notizia data dai giornalisti stranieri, ai quali Israele vieta di entrare nella Striscia di Gaza. La cifra cruciale è questa : per ogni israeliano caduto ci sono cento morti palestinesi …      il massacro sarà presto seguito da un’epidemia: gran parte delle abitazioni è rimasta senza acqua   e senza elettricità, negli ospedali mancano medici, farmaci e generatori. Il massacro segue al blocco e all’assedio. Nel mondo le voci di protesta sono sempre più numerose, ma i governi dei ricchi, fieri dei loro armamenti nucleari e forti dei loro mezzi di informazione globali, rassicurano Israele che faranno finta di non vedere quel che le sue Forze di difesa stanno perpetrando”.

Sembra che John Berger, diciassette anni fa, stesse raccontando il nostro presente, ma la proporzione non è più di uno a cento, ma di uno a mille; così la ferocia, sempre la stessa, si è centuplicata, all’inverosimile, e ora risplende nera alla luce del sole, senza nascondersi.

Non c’è limite all’orrore. E’una questione di progresso. La clava cede il passo alla bomba “intelligente”, l’umano al post umano, e se c’è un uomo in ginocchio che implora a mani giunte, il carroarmato gli passa sopra (quello immobile di Tiennamen è il vago ricordo d’un autoritarismo d’altri tempi). Dai  le  armi  più  sosfisticate  alla  scimmia,  che dalla preistoria poi  tanto non si è davvero evoluta, e il flebile passeggero sentire umano, che per qualche manciata di secoli l’ha sfiorata, in un batter d’occhio è già alle spalle, dissolto come una bolla di sapone. Se qualche Re del Mondo decide di risvegliare istinti primordiali negli attuali diafani cittadini postmoderni, allevati in batteria,  abituati a spinger tasti e far scoppiare pallini digitali, far scoppiare teste, ammazzare donne e bambini, per loro sarà solo un videogioco: basta che siano accecati dalla vittoria, dalla conquista di una “terra promessa”.  Non importa che l’Altissimo l’aveva semplicemente promessa, e non comandato di strapparla con la forza, loro credono che Dio in ogni caso sia con loro, solo con loro: tutti gli altri, arabi o cristiani, gialli o neri, non sono che bestie ignoranti e pure stupide; innanzitutto perchè povere, poi perché spesso parlano di pietoso universale amore, di porgere addirittura l’altra guancia. Yahweh e Dio denaro, per una cricca di esaltati che ha tradito e ingannato il loro stesso popolo,  sono  le  uniche  divinità  proprio  perché   invece sono superintelligenti, vanno a braccetto, si stringono la mani, e con quelle stesse mostruose benedette mani  eserciti e bambini obbedienti marciano cantando e sorridendo, con la falce in mano.

E’ giunta l’ora della “Soluzione Finale”. Ancor più feroce di quella che il loro popolo aveva subito, un trauma evidentemente mal metabolizzato: purtroppo le voci dei loro numerosi saggi non sono mai state ascoltate, tra loro filosofi come Simone Weil, poeti come Paul Celan, decine di rabbini, oltre a Walter Benjamin che con uno stuolo di consanguinei si è sempre opposto alla soluzione sionista. Vane le parole che Etty Hillesum scrisse nel 1943 nel campo concentramento Westerbork:

 “Ad ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo intatti a questo tempo, corpo e anima, ma soprattutto anima, senza amarezza e senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita”

 A guerra finita, poco dopo, passo dopo passo, e ora davanti ai nostri occhi, come inarrestabile ciclone, un genocidio postmoderno. Alla luce del sole. Accompagnato ai quattro venti, da Stati e media succubi ed obbedienti, dal refrain – già abusato varie volte, come dopo l’11 settembre – della “lotta al terrorismo”.Non siamo nati ieri, ben sappiamo delle italiche “Stragi di Stato”, dei servizi segreti deviati e delle logge occulte al soldo dei potenti, non ci stupiamo quindi che anche il 7 ottobre, come da inconfutabili (e represse) testimonianze interne (ancora come l’11 settembre) sia stato una bomba che gli efferati furbi candidati a ruolo di vittime hanno lasciato deflagrare, chiudendo gli occhi, con cinica momentanea distrazione. Così è stato anche per la restituzione totale degli ostaggi e la resa incondizionata offerta dopo un anno infernale dal drappello di “terroristi”: chi comandava la carneficina  e  aveva  tutto  l’interesse  ad  occuparla tutta quella povera  terra, Cisgiordania inclusa, e non l’ha voluta quella resa, l’ha tenuta nascosta al suo popolo, che come tutti i popoli della terra è in balia delle bugie e dei ricatti dei suoi deliranti sovrani.

L’elite tecnologica, economica e monetaria – ovvero chi ha in mano l’intelligenza artificiale, armi e medicine, oltre al 90% delle ricchezze della terra – vuole vedere fino a che punto ha mani libere per fare ciò che vuole, quanto riesce a mettere in ginocchio o inebetire le moltitudini terrestri (povere, sopravviventi o benestanti), per essere poi pronta,  se occorrà, a sterminarle piano piano, a macchia di leopardo – sullo stile dell’occupazione della Cisgiordania che va avanti da quasi 80 anni.

Le moltitudini però non sono sciocche come sembra, sono restate umane nonostante il bombardamento mediatico e le distrazioni costruite ad arte. Una marea al porto di Genova ha salutato la partenza della “Gaza Sumud Flotilla”, e altrove altre maree insorgono. Si è capito dove va a parare il gioco al massacro (“gioco” solo per chi muove i tasti del flipper criminale): in ballo non è solo la Palestina, ma il destino degli esseri che son restati umani, quel 99% dei terrestri che sempre più stanno prendendo coscienza che sono come le api, invisibili, ignorate, ma necessarie alla vita del tutto, api che se decidono un giorno di scioperare e cantare tutte insieme possono far cadere i Re Soli dalle loro torri d’avorio.

Lo sento, lo sentiamo, ha mille colori, come nel 1943, il canto dei nuovi partigiani, ovvero coloro che non vogliono restare indifferenti, così il canto dei desaparecidos, delle madri coraggio, degli indios e dei vietkong, o dei giovani dei Fridays for Future. Le api cantano e lottano. Resistono. I pesticidi, come i sonniferi mediatici, sono innumerevoli, come le bestie armate, ma loro sanno che pur disarmate – proprio perché disarmate ma non narcotizzate – possono far girare il mondo nel verso giusto, non all’incontrario come girava la svastica nazista, o chi ora invoca editti persi nella notte dei tempi del proprio esclusivo fittizio Dio.

Le voci che con le api risuonano sono tante, da ogni parte del mondo, in ogni tempo, ma oggi qui nella piazza di San Valentino vogliamo ricordarne una per ricordarle tutte: sono le parole che il partigiano Pietro Benedetti scrisse l’11 aprile del 1944 prima di essere ucciso nel carcere di Regina Coeli: .

“Dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili.   

 Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita.   

 Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e ovunque vi sono vostri simili quelli sono i vostri fratelli”